14 dicembre 2006

Controllarsi.

Perché cercare continuamente l’ordine e la misura?
Perché restare sempre “in controllo”?

L’ordine che ho deciso di dar-vi è composto da svariati elenchi, compilati in base a svariati criteri.

Elenchi e criteri verranno resi noti in un secondo momento.

L’elenco A è questo:

la tristezza infinita

il dialogo

la felicità sopita

la casa più grande

il sogno dell’altra notte

la strada

il cieco tontolone

lo stupido servo.

Nota: “Sono solo uno stupido servo”, si ripeteva di continuo Salomone.


L’elenco B è il seguente:

Torta

Marmellata (no fragola)

Verdura congelata (minestrone, patate fritte, fagiolini)

Materiale scolastico (per papà)

Libri per mamma

Crackers (volgarmente detti “crak”)

Panini dolci al latte

Detersivo per lavare in lavatrice

Smacchiatore Marsiglia

Sale per lavastoviglie

Porta immondizia

Olio di arachidi

Borsa frigo (in offerta)

Griglia (in offerta)

Cilindro per giochi

Nota: per la carne, è meglio rivolgersi al macellaio, tale sig Gianni, baffuto, nerboruto, dalla solida esperienza.


Elenco C

Apprendimento

Interazione sociale guidata intenzionalmente

Gli insegnanti parlano in classe per il 70% del tempo

Attività dei soggetti impegnati insieme a costruire le proprie conoscenze

16 novembre 2006

Monologo

Vorrei interrompere il flusso con un monologo particolare.
Mi è ritornato in mente vedendo di straforo una porzione minima della trasmissione di Crozza, in cui lui e Neri Marcorè recitavano appunto il monologo in questione.

Questo è il monologo finale dal film “The Big Kahuna

Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare.
Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.
Ma credimi tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto.
E in un modo che non puoi immaginare adesso.
Quante possibilità avevi di fronte
e che aspetto magnifico avevi!
Non eri per niente grasso come ti sembrava.
Non preoccuparti del futuro.
Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica.
I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.
Fa' una cosa ogni giorno che sei spaventato: canta!
Non essere crudele col cuore degli altri.
Non tollerare la gente che è crudele col tuo.
Lavati i denti.
Non perdere tempo con l'invidia: a volte sei in testa, a volte resti indietro.
La corsa è lunga e, alla fine, è solo con te stesso.
Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti.
Se ci riesci veramente, dimmi come si fa...
Conserva tutte le vecchie lettere d'amore,
butta i vecchi estratti-conto.
Rilassati!
Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.
Le persone più interessanti che conosco a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.
I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.
Prendi molto calcio.
Sii gentile con le tue ginocchia,
quando saranno partite ti mancheranno.
Forse ti sposerai o forse no.
Forse avrai figli o forse no.
Forse divorzierai a quarant'anni.
Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso,
ma non rimproverarti neanche: le tue scelte sono scommesse,
come quelle di chiunque altro.
Goditi il tuo corpo,
usalo in tutti i modi che puoi,
senza paura e senza temere quel che pensa la gente.
E' il più grande strumento che potrai mai avere.
Balla!
Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.
Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.
Non leggere le riviste di bellezza:
ti faranno solo sentire orrendo.
Cerca di conoscere i tuoi genitori,
non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.
Tratta bene i tuoi fratelli,
sono il miglior legame con il passato
e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.
Renditi conto che gli amici vanno e vengono,
ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.
Datti da fare per colmare le distanze geografiche e gli stili di vita,
perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.
Vivi a New York per un po', ma lasciala prima che ti indurisca.
Vivi anche in California per un po', ma lasciala prima che ti rammollisca.
Non fare pasticci con i capelli: se no, quando avrai quarant'anni, sembreranno di un ottantacinquenne.
Sii cauto nell'accettare consigli,
ma sii paziente con chi li dispensa.
I consigli sono una forma di nostalgia.
Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio,
ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte
e riciclarlo per più di quel che valga.
Ma accetta il consiglio... per questa volta.

15 novembre 2006

Ri-apertura e domanda di senso

Oggi ri-apro questo spazio. Ri-apro, cioé apro di nuovo qualcosa che era già aperto.
Vorrei citare Heidegger, ma non posso.
In questo senso ogni ri-apertura è qualcosa che offre un senso alle cose.
Un nuovo senso.


La foto è di Andrea, in arte Porrovio.

Le domande di senso non sono mie. Mi vengono poste.
Da allievi. Da figli. Da colleghi. Da parenti. Da "versioni di me" che appartengono al passato.




Sono passati sei mesi dall'ultimo post. Si può dire che siano realmente passati?


Ieri una mia allieva (quest'anno ho molte allieve e molti allievi) mi ha bloccato prima che iniziassi la mia lezione (=l'insieme delle attività che intendo svolgere in una classe prima di entrare in classe.
Mi ha posto un quesito molto semplice: "A lei piaceva andare alle superiori?"
Il senso della domanda era profondo, rimandava ad altro, non tanto e non precisamente alla mia esperienza personale.
Ho accettato di rispondere, per poi rilanciare facendo a lei e alle altre persone in classe la stessa domanda.
Si è aperta una discussione sul perché la società attuale va nella direzione in cui sta andando..."Perché i nostri coetanei pensano solo a cose superficiali e futili? Perché tutti non hanno mai tempo per fare cose davvero interessanti e pensano solo ai soldi e alle cose da comprare?" e via di questo passo.

Cosa sono queste se non domande di senso?

Sono passati sei mesi dall'ultimo post.
Si può dire che siano REALMENTE passati?

25 maggio 2006

Pensieri Precari



Come un pensiero sottile che piano piano si insinua nell’anima, ecco affacciarsi l’idea che a settembre potrei rimanere senza lavoro, visto che a giugno scade il mio contratto per la supplenza.


E faccio mille calcoli su quanto potrà succedermi, sui corsi che avrei potuto fare, sulle vie da intraprendere per raggiungere una situazione più stabile, più sicura…

Poi mi sorprendo a pensare che forse non si è precari per via di un lavoro fisso, o di uno stipendio che non arriva regolare, o per una convenzione sociale…

Penso che si è precari dentro, per il senso di instabilità con cui si cresce, per il senso di insoddisfazione che accompagna ogni nostra decisione…

Si è precari perché ci si ritrova dentro ad un flusso di eventi che non si controllano, e allora si perde definitivamente il controllo e non si cerca più una ragione, un senso, perché tanto sai che quella ragione, quel senso di lì a poco svaniranno…

21 aprile 2006

Diario di viaggio

Ospito il diario di viaggio di una mia amica, volontaria di una ONG.

Tamesloht 24 marzo 2005

Sveglia alle 8 (ma io ben più presto come al solito!), colazione latte e nescafè (come al solito non può mancare in nessun luogo al mondo, proprio come la coca cola), una doccia veloce, non mi pettino perché anche stavolta ho dimenticato di mettere in valigia un pettine e giù, in pista nel brulicante via vai di Marrakech. Ci dirigiamo verso la stazione dei taxi che ci condurranno a Tamesloht. Lunga è la contrattazione per il prezzo della corsa. Spieghiamo che non siamo turisti da spennare, dobbiamo raggiungere Tamesloht per lavoro e quindi sarebbe corretto un prezzo locale più equo. Riusciamo la strappare la cifre di 50 dh, ovviamente più alta del prezzo locale, ma va bene così, ci sistemiamo in auto e partiamo alla volta del villaggio. Alle nostre spalle Marrakech.

Mi lascio attrarre dal paesaggio che mi circonda. I colori sono intensi, intravedo le diverse sfumature del rosso della terra , cespugli radi tra il verde ed il giallo, il verde intenso degli aranci, ed il candido bianco dei loro fiori, le zagare: quell’odore è per me inconfondibile, chiudo gli occhi e al profumo torno bambina, il profumo della mia infanzia e della mia terra che non sembra molto diversa da questa. Più avanti, il verde brillante degli agrumi sembra diradarsi per lasciare che il verde argentato degli ulivi si fonda con il rosso mattone della terra.

Comincia a comparire lungo la strada qualche vaso, che nella sua semplicità dà bella mostra di sé: ci siamo, penso, siamo quasi arrivati a Tamesloht. In lontananza alcune colonne di fumo nero si stagliano al cielo seguendo i capricci del vento che adesso sembra più caldo. Siamo arrivati. Era questo il segnale che attendevo. Il fumo nero e denso di pneumatici che alimentano i forni di questo piccolo villaggio di ceramisti.



Man mano che ci avviciniamo le diverse colonne di fumo cominciano a distinguersi meglio, tanto da riuscire ad attribuirne ciascuna ad un atelier diverso. Il taxi ci lascia in quella che sembra essere la piazza principale del paese, uno spazio ampio, sterrato e completamente invaso dalla polvere che insegue il vento.
Ci incamminiamo tra le strette viuzze verso il quartiere dei ceramisti facendo attenzione a non farci inondare piedi e caviglie dai rivoli di scarico delle case. Non riesco più a sentire il profumo degli aranci, cancellato prepotentemente dall’odore acre e nauseante delle fogne a cielo aperto…
Gli abitanti del luogo ci scrutano curiosi ed io penso alla esigua quantità di turisti che devono aver visto. I bambini non vanno a scuola (anche se so che esiste una piccola scuola, fortemente voluta e sostenuta da un’associazione locale) ma hanno imparato poche parole francesi, “…bonjour madame…, argent”. Tutto sembra fermo sospeso, ovattato; anche le cicogne sulla cima del minareto sembrano attendere qualcosa, ferme immobili, ma con le ali spiegate…quasi un movimento in potenza.
Proseguiamo verso la nostra meta. Scorgo due, tre botteghe di tessitori, mi fermo a parlare con loro in un improbabile francese.
Ci inoltriamo ancora per giungere infine al kerameikos.




Sembra un luogo surreale, dai muri di fango rosso seccato si intravedono grossi vasi grezzi che mi ricordano gli antichi pythoi che contenevano olio e granaglie; più in là, pneumatici pronti per diventare il carburante dei forni degli atelier. Il caldo comincia farsi sentire più violentemente, l’aria è irrespirabile; il fumo nero e acre mi investe, ma paradossalmente sembra voglia avvolgermi ed accarezzarmi. Dall’uscio di un atelier tento di documentare ciò che vedo con delle foto: “no, madame”. Non è possibile fotografare, non credo perché temano che gli rubi l’anima o i segreti del mestiere, ma forse perché la loro dignità ed il loro orgoglio arabo non permettono di esportare immagini che attestano realtà di lavoro terribili. Mi scuso e ripongo la macchina nella sua custodia. Un via vai di piccoli carretti trainati da rassegnati asinelli che trasportano terra, terra e terra, mi spinge lungo i bordi delle piccole viuzze e rimango lì, ferma a guardare questo rituale che si ripete senza interruzione. Sono sconcertata, o forse no. Mi sorprendo a pensare che tutto è esattamente come lo immaginavo.
Mi arrampico su una piccola altura, formatasi nel tempo, di terra e scarti di cocci di ceramica. Mi trovo quel poco più in alto del labirinto di vicoli, tanto per avere una visione d’insieme di alcuni atelier, almeno una dozzina; riesco con lo sguardo ad oltrepassare i muri di fango e vi scopro all’interno una lenta e costante attività: qualcuno travasa della terra, qualcun altro forse la depura, un altro cura il forno, quasi completamente oscurato dal fumo. Non scorgo in quello spazio all’aperto nessun tornio, né mani impastate d’argilla, chiuse senz’altro in quel luogo chiuso laggiù lontano dal forno.
Il fumo continua a dirigersi dove lo costringe il vento. Prima di scendere dalla piccola altura di cocci su cui mi trovo, mi giro su me stessa attratta da una colonna di fumo nero e denso in lontananza, esattamente dal lato opposto al quartiere dei ceramisti. E’ il fumo della società privata che produce ceramica da esportare fuori dal Marocco… Che strano... nella documentazione in mio possesso si dice che è l’unico atelier ad esportare all’estero i propri prodotti e ad utilizzare legna per i propri forni. Il bassissimo costo degli pneumatici ha più potere di qualunque altro combustibile ecologico….
Mi sembra che tutto adesso assuma connotazioni diverse, nuove, rispetto a ciò che c’è scritto sui miei documenti. Ho bisogno di capire meglio. Chiedo alla persona che mi accompagna di fare ancora un giro tra le strette vie degli atelier, tra i muri di fango impastati con cocci di vasi mal riusciti.
Mi sovvengono alla mente diversi interrogativi, dubbi. Ripercorro con la mente le attività previste dal progetto e cerco di calarle in quel contesto. Tutto sembra più complicato adesso, dai corsi di formazione alla creazione del consorzio, ai forni, alle tecniche più innovative. Altri dubbi mi assalgono, forse perché il sole diventa sempre più caldo e l’aria è sempre pi irrespirabile o forse perché ciò che abbiamo previsto di fare è lontano dalle loro esigenze, non so…ho bisogno di rifletterci su.
Domani incontrerò il sindaco del villaggio nell’ufficio dell’Associazione. Devo capire ancora molti aspetti che mi sfuggono, forse lui potrà chiarirmene alcuni.
In attesa di dissipare i miei interrogativi, al tramonto sono di ritorno a Marrakech, mi immergo nel caos di Djema el Fna e mi lascio andare al suono incessante e sincopato dei tamburi, gustando salsicce ed olive.



L'amica si chiama Cinzia Messineo
L'ONG si chiama RE. TE.

19 aprile 2006

L'eterno ritorno

L'eterno ritorno su se stessi, in se stessi...
Cominciare, poi smettere, poi ricominciare...
Riappropiarsi di sequenze abbandonate, rivederle al rallentatore...

22 febbraio 2006

La nuda persona

Esiste qualcosa che accomuna tutti noi esseri umani, qualcosa che ci rende davvero tutti uguali, qualcosa che ci permette di parlare intensamente tra noi, di sentirsi vivere?
Questo qualcosa è una specie di Santo Graal avvolto da migliaia di leggende e di misteri…
Esiste o non esiste?
Oltre la patologia, oltre l’origine etnica, oltre le differenze di sesso, oltre gli usi e i costumi esiste qualcosa che ci fa essere simili, qualcosa che sostanzia il nostro essere NUDE PERSONE, gli uni di fronte agli altri?

Ho vissuto un’esperienza di dialogo profondo con i miei allievi, l’altro giorno, e mi sono persuaso che questo qualcosa, questa specie di Santo Graal potrebbe essere una specie di ALBERO DEI PERCHÉ.




Mi spiego.
Nella vita di tutti i giorni andiamo avanti come se tutto fosse a posto, come se sapessimo sempre cosa fare, dove andare e perché. Ci alziamo ogni mattina e andiamo a lavorare. Ci arrabbiamo, cerchiamo di ridere, parliamo, comunichiamo facciamo cose orrende, a volte, ma tutto sommato non ci chiediamo il perché. Se però ci fermiamo a pensare, a riflettere (ma riflettere è qualcosa di "universalmente" riconosciuto valido? E’ una modalità di conoscenza di se stessi che viene utilizzata in ogni parte del mondo?) ci troviamo di fronte a diversi perché a cui probabilmente non abbiamo ancora risposto.
Ipotizzo che questi perché siano disposti ad albero…

01 febbraio 2006


Attualità.


Non parlo dell’attualità.
L’attualità è il presente, e ti schiaccia.
L’attualità è il semplicemente presente, il già da sempre a portata di mano, il dato per scontato.
L’attualità è il presente, o il potere di agenda: la costruzione del presente fatta da qualcuno che non sono io.
L’attualità è: sguardo piatto, pieno di urgenza.

Non voglio farmi schiacciare.


Il cielo sopra Torino

Non voglio parlare dell’attualità, di ciò che succede, delle notizie, delle cose che abbiamo sempre tra le mani, delle elezioni, del calcio, dell’influenza dei polli, dello stipendio che non basta mai, della crisi, delle olimpiadi.

Voglio parlare delle cose che si nascondono, degli sguardi imperfetti, delle emozioni trattenute, del passato, di ciò che non serve, della neve che ormai se ne è andata, ma che al tempo stesso rimane, nera e sporca…

La neve sotto Torino

25 gennaio 2006

Olocausto, oggi.

Il mio solito allievo, all'uscita da uno spettacolo messo in piedi da un gruppo di insegnanti e ragazzi sul tema dell'Olocausto, mi dice:
"Prof, ma non sarebbe meglio dimenticare? Orami è passato, è storia...A chi importa ormai?Non sarebbe meglio pensare a prendere Bin Laden?"
Dato che la mia risposta immediata sarebbe stata un regurgito di retorica, nonché la solita predica del prof, ho preferito il silenzio.
"Torniamo a scuola".
Nel giorno della memoria, si tende a fare appelli accorati alle giovani generazioni a ricordare e a non ripetere quello che è stato...
Ma come può davvero l'Olocausto entrare nelle nostre vite senza retorica e non una volta l'anno?Come ci si può difendere dall'indifferenza per l'orrore nella nostra vita?
Domani è un altro giorno, e parlerò al mio allievo di nuovo dell'Olocausto, e anche di Bin Laden, e di come le cose possono colpirci anche se non le viviamo sulla nostra pelle...

09 gennaio 2006

L'approssimazione

Tutto è lentamente scomparso, sguciato via, annientato...





Un mio allievo, saggio e a volte impertinente, ha dato un'ottima definizione di ciò che le feste possono essere o diventare.

"Quest'anno passerò un altro Natale approssimativo..."

"Che vuoi dire?"

"Sa, prof. quando ci sono quelle feste in cui ti ritrovi con parenti e amici e fai finta che vada tutto bene, e invece devi mangiare e scambiarti regali con gente che non sopporti..."

Come è stato il vostro Natale? Bello, brutto, piacevole o approssimativo?

A parte il Natale: il concetto di approssimazione mi interessa.
Approssimativo è qualcosa che potrebbe essere quello che veramente è, ma che, per qualche motivo, non riesce ad esserlo...

Come se ne esce?