21 aprile 2006

Diario di viaggio

Ospito il diario di viaggio di una mia amica, volontaria di una ONG.

Tamesloht 24 marzo 2005

Sveglia alle 8 (ma io ben più presto come al solito!), colazione latte e nescafè (come al solito non può mancare in nessun luogo al mondo, proprio come la coca cola), una doccia veloce, non mi pettino perché anche stavolta ho dimenticato di mettere in valigia un pettine e giù, in pista nel brulicante via vai di Marrakech. Ci dirigiamo verso la stazione dei taxi che ci condurranno a Tamesloht. Lunga è la contrattazione per il prezzo della corsa. Spieghiamo che non siamo turisti da spennare, dobbiamo raggiungere Tamesloht per lavoro e quindi sarebbe corretto un prezzo locale più equo. Riusciamo la strappare la cifre di 50 dh, ovviamente più alta del prezzo locale, ma va bene così, ci sistemiamo in auto e partiamo alla volta del villaggio. Alle nostre spalle Marrakech.

Mi lascio attrarre dal paesaggio che mi circonda. I colori sono intensi, intravedo le diverse sfumature del rosso della terra , cespugli radi tra il verde ed il giallo, il verde intenso degli aranci, ed il candido bianco dei loro fiori, le zagare: quell’odore è per me inconfondibile, chiudo gli occhi e al profumo torno bambina, il profumo della mia infanzia e della mia terra che non sembra molto diversa da questa. Più avanti, il verde brillante degli agrumi sembra diradarsi per lasciare che il verde argentato degli ulivi si fonda con il rosso mattone della terra.

Comincia a comparire lungo la strada qualche vaso, che nella sua semplicità dà bella mostra di sé: ci siamo, penso, siamo quasi arrivati a Tamesloht. In lontananza alcune colonne di fumo nero si stagliano al cielo seguendo i capricci del vento che adesso sembra più caldo. Siamo arrivati. Era questo il segnale che attendevo. Il fumo nero e denso di pneumatici che alimentano i forni di questo piccolo villaggio di ceramisti.



Man mano che ci avviciniamo le diverse colonne di fumo cominciano a distinguersi meglio, tanto da riuscire ad attribuirne ciascuna ad un atelier diverso. Il taxi ci lascia in quella che sembra essere la piazza principale del paese, uno spazio ampio, sterrato e completamente invaso dalla polvere che insegue il vento.
Ci incamminiamo tra le strette viuzze verso il quartiere dei ceramisti facendo attenzione a non farci inondare piedi e caviglie dai rivoli di scarico delle case. Non riesco più a sentire il profumo degli aranci, cancellato prepotentemente dall’odore acre e nauseante delle fogne a cielo aperto…
Gli abitanti del luogo ci scrutano curiosi ed io penso alla esigua quantità di turisti che devono aver visto. I bambini non vanno a scuola (anche se so che esiste una piccola scuola, fortemente voluta e sostenuta da un’associazione locale) ma hanno imparato poche parole francesi, “…bonjour madame…, argent”. Tutto sembra fermo sospeso, ovattato; anche le cicogne sulla cima del minareto sembrano attendere qualcosa, ferme immobili, ma con le ali spiegate…quasi un movimento in potenza.
Proseguiamo verso la nostra meta. Scorgo due, tre botteghe di tessitori, mi fermo a parlare con loro in un improbabile francese.
Ci inoltriamo ancora per giungere infine al kerameikos.




Sembra un luogo surreale, dai muri di fango rosso seccato si intravedono grossi vasi grezzi che mi ricordano gli antichi pythoi che contenevano olio e granaglie; più in là, pneumatici pronti per diventare il carburante dei forni degli atelier. Il caldo comincia farsi sentire più violentemente, l’aria è irrespirabile; il fumo nero e acre mi investe, ma paradossalmente sembra voglia avvolgermi ed accarezzarmi. Dall’uscio di un atelier tento di documentare ciò che vedo con delle foto: “no, madame”. Non è possibile fotografare, non credo perché temano che gli rubi l’anima o i segreti del mestiere, ma forse perché la loro dignità ed il loro orgoglio arabo non permettono di esportare immagini che attestano realtà di lavoro terribili. Mi scuso e ripongo la macchina nella sua custodia. Un via vai di piccoli carretti trainati da rassegnati asinelli che trasportano terra, terra e terra, mi spinge lungo i bordi delle piccole viuzze e rimango lì, ferma a guardare questo rituale che si ripete senza interruzione. Sono sconcertata, o forse no. Mi sorprendo a pensare che tutto è esattamente come lo immaginavo.
Mi arrampico su una piccola altura, formatasi nel tempo, di terra e scarti di cocci di ceramica. Mi trovo quel poco più in alto del labirinto di vicoli, tanto per avere una visione d’insieme di alcuni atelier, almeno una dozzina; riesco con lo sguardo ad oltrepassare i muri di fango e vi scopro all’interno una lenta e costante attività: qualcuno travasa della terra, qualcun altro forse la depura, un altro cura il forno, quasi completamente oscurato dal fumo. Non scorgo in quello spazio all’aperto nessun tornio, né mani impastate d’argilla, chiuse senz’altro in quel luogo chiuso laggiù lontano dal forno.
Il fumo continua a dirigersi dove lo costringe il vento. Prima di scendere dalla piccola altura di cocci su cui mi trovo, mi giro su me stessa attratta da una colonna di fumo nero e denso in lontananza, esattamente dal lato opposto al quartiere dei ceramisti. E’ il fumo della società privata che produce ceramica da esportare fuori dal Marocco… Che strano... nella documentazione in mio possesso si dice che è l’unico atelier ad esportare all’estero i propri prodotti e ad utilizzare legna per i propri forni. Il bassissimo costo degli pneumatici ha più potere di qualunque altro combustibile ecologico….
Mi sembra che tutto adesso assuma connotazioni diverse, nuove, rispetto a ciò che c’è scritto sui miei documenti. Ho bisogno di capire meglio. Chiedo alla persona che mi accompagna di fare ancora un giro tra le strette vie degli atelier, tra i muri di fango impastati con cocci di vasi mal riusciti.
Mi sovvengono alla mente diversi interrogativi, dubbi. Ripercorro con la mente le attività previste dal progetto e cerco di calarle in quel contesto. Tutto sembra più complicato adesso, dai corsi di formazione alla creazione del consorzio, ai forni, alle tecniche più innovative. Altri dubbi mi assalgono, forse perché il sole diventa sempre più caldo e l’aria è sempre pi irrespirabile o forse perché ciò che abbiamo previsto di fare è lontano dalle loro esigenze, non so…ho bisogno di rifletterci su.
Domani incontrerò il sindaco del villaggio nell’ufficio dell’Associazione. Devo capire ancora molti aspetti che mi sfuggono, forse lui potrà chiarirmene alcuni.
In attesa di dissipare i miei interrogativi, al tramonto sono di ritorno a Marrakech, mi immergo nel caos di Djema el Fna e mi lascio andare al suono incessante e sincopato dei tamburi, gustando salsicce ed olive.



L'amica si chiama Cinzia Messineo
L'ONG si chiama RE. TE.

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