13 settembre 2007

Scuola 2.0: una chimera?

Leggendo questo post di Antonio Fini sono andato alla fonte e ho letto il post di Downes.


E ci sono, con rispetto parlando, rimasto secco.


Da quando mi sono timidamente affacciato al mondo del web2.0 (segnalo qui http://www.2puntozeropertutti.it/ ) o del web in generale, o, per dirla alla Maistriello, da quando ho cominciato ad abitare la rete, ho sempre pensato di poter un giorno applicare la logica del web2.0 nelle mie classi. Ho sempre pensato di non esserci ancora riuscito a causa dei miei limiti personali - come blogger, come insegnante, come persona, come etc etc etc. Ora mi appare questa visione compatta e fondata epistemologicamente di una èlite di insegnanti centrata sugli strumenti tecnologici (web2.0) che nulla hanno a che fare con la logica su cui si fonda l’elearning2.0. Anzi. Tutta questa chincaglieria tecnologica non fa che rafforzare la rigidità e l’immobilismo dell’istituzione scolastica. Dice Downes nel post citato da Fini:



What I have called ’e-learning 2.0’ is absolutely not about using Web
2.0 in the schools - it is not about preserving existing structures and
existing authority. It is about deschooling, not reschooling, and it is
about putting the capacity to learn into the hands of indivduals,
wherever they may be, not locking them in a room and blocking their
internet access.


Se mi facessi convincere da questa descrizione, dovrei semplicemente dimenticare i miei buoni propositi e andare avanti con per la mia strada: lezione-discussione-interrogazione (orale o scritta) -valutazione. I livelli minimi sono raggiunti? Sì. Gli allievi-utenti hanno un grado di ignoranza minore rispetto all’inizio dell’anno? Sì. Bene: allora il mio compito è finito. D’altra parte cosa si può pretendere di più da un precario in una scuola precaria?


Però...


Antonio Fini conclude il suo post con una domanda:



Nessuna speranza, quindi? Non si può proprio riformare la scuola? L’apprendimento centrato sul discente è veramente incompatibile con l’istituzione?


Secondo me, la questione della riforma della scuola è molto complessa e non può essere ridotta all’utilizzo delle nuove tecnologie o addirittura all’introduzione di una mentalità 2.0.


Però...


Uno spazio di manovra esiste. Ed è in questo spazio che si muovono le esperienze di insegnanti e formatori che si occupano di educazione. Sto pensando ad Alberto Pian.


Sto pensando a Mario Agati che ho conosciuto circa cinque minuti fa leggendo il post di Antonio. Sto pensando, naturalmente, a maestroalberto.


In questo spazio di manovra forse non si riesce a riformare la scuola. Forse però si comincia a dialogare in maniera differente con i nostri allievi-utenti. I quali, è bene non dimenticarlo, in un modo o nell’altro sono i "nativi digitali" i quali:


* utilizzano macchine tecnologiche estremamente complesse;


*condividono pezzi di vita (a volte la vita intera) utilizzando la rete ( msn domina, a quanto pare...).


La domanda ora è: lo spazio di manovra degli insegnanti 2.0 coincide con lo spazio in cui si muovono già i nostri allievi-utenti?


Riusciremo mai a miscelare l’apprendimento formale all’interno della scuola con l’apprendimento informale all’esterno della scuola?


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